Il Pichino m’era compagno di banco – di Mirko Revoyera

Borghetto, lago Trasimeno

Alcuni giorni fa ho avuto il piacere di leggere questo racconto di Mirko Revoyera e ne sono rimasto davvero incantato. Ho voluto visitare di persona Borghetto e dopo una rapida ricerca ho individuato il luogo in cui è ambientata questa bellissima storia; alla prima occasione ho scattato questa fotografia all’infrarosso che crea un’atmosfera magica, …”Perché la magia esiste!”…

Grazie Mirko, ogni tua storia fa battere il cuore! 🙂

IL PICHINO M’ERA COMPAGNO DI BANCO

Lo sfottevamo per la sua corporatura minuta e le ossa esili come quelle di un uccelletto. I più attrezzati mal sopportavano di comparire nelle foto goliardiche e nelle pose di classe assieme a quello sgorbio, e allora il Pichino si metteva sempre di fianco a me.

Un giorno mi sussurra:”da te mi faccio anche menare, perché non sei cattivo, lo so che sei mio amico ma quegli stronzi, bastardi, non devono! No!” E giù, un diluvio di lacrime per la rabbia che lo assale. Poi mi dà un pugno sulla spalla e mi incita.

“Dai, provaci, spaccami il muso! Dai!”

“Ma falla finita, scemo! Se ti metto le mani addosso ti ci lascio!”

“Ammazzami allora, se ci hai le palle!”

“Ma che cazzo dici!? Sei cretino?”

Il Pichino continua a saltellare, in guardia, come un minuscolo Cassius, eccitato e pronto al massacro.

“O, la pianti!?”

Il Pichino si blocca, abbassa lo sguardo e gronda lagrimoni, piantato sulle sue gambette di stecco.

“Dai, non fare lo scemo, andiamo.”

Inforco il motorino, lui sale e resta in piedi. Voliamo per le strade, in silenzio tutt’e due. L’aria gli asciuga la faccia e io a vederlo rasserenato mi sento meglio. Così mi accorgo che il mio cuore s’è intristito per lui. In quel momento ho imparato la compassione.

Col vento in bocca mi grida: “La vuoi vedere una cosa?”

“Sì!”

“Andiamo al borghetto allora!”

Svoltiamo in fretta e raggiungiamo la riva erbosa del lago.

“Che devo vedere?”

“Guarda. Io qui ci fabbrico le nuvole.”

“Ma, sul serio?”

Il Pichino non dice nulla, si sveste poi scende in acqua fino alla cintola, gonfia i polmoni e alita lievemente sul pelo dell’acqua; d”un tratto si solleva una nebbiolina che si fa sempre più fitta e prende la forma di nuvola là davanti ai miei occhi. S’addensa via via, ad ogni alito del Pichino. Raggiunta una consistenza presentabile, la nube si alza di un paio di metri e resta lì, quasi in attesa di un ordine; il mio amico allora alza il braccino esile e con un gesto sicuro spinge via la nube che ubbidisce al comando come un cagnolino ammaestrato e prende a vagare in cielo fino a scomparire dietro le chiome degli alberi.

Paralizzato dalla meraviglia riesco soltanto a pronunciare “Pichino, Madonnaaa!”

Da allora sono passati venticinque anni e stasera rientrando dal lavoro ho girato la macchina per venire proprio qui, al borghetto. Mi guardo intorno con la folle speranza di incontrarlo ora, dopo tanti anni, proprio qui, per magia. Perché la magia esiste! Chissà dove sarà adesso il Pichino. In quale parte del mondo starà fabbricando ancora nuvole, con quei polmoni di uccelletto?

M.R.

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